AL BAR CON SATANA

di Rocco D.N.

Intro di Claudio: Eh già, che un titolo così va spiegato: la famiglia del buon Rocco è da tempo immemore proprietaria e gestrice dello storico Bar Bersaglio di Morbegno e il nostro, come evincerete da quanto scrive, ha all’attivo innumerevoli turni dietro il bancone. Nell’anno di grazia 2000 il Rocco restò coinvolto suo malgrado e in maniera completamente infondata nelle indagini per l’assassinio della suora di Chiavenna da parte delle tre marylinmansioniane teens (subì un’assurda perquisizione in casa con annesso ed altrettanto assurdo sequestro di dischi a presunto sfondo satanico, fra cui un 7” degli emo Altro e il famoso ‘Police bastard’ dei Doom!). In riferimento alla vicenda il nostro si autonominò con una certa autoironia “barista satanico” (noterete dei riferimenti alla vicenda nel testo della prima column). I Venom fecero nell’84 un disco storico, “At war with Satan”, qui ne ho fatto la parafrasi! La prima column del Rocco ha ormai quasi undici anni. Uno di questi lui l’ha trascorso lavorando in Australia e, contrariamente all’Alberto Sordi di “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” assieme alla sua attuale compagna, la Sara, che quando questa ‘zine sarà finalmente uscita starà per dare alla luce il loro primo figlio/a. Nel mezzo le esperienze kosovare, vedi nella seconda column. Per leggere altre cose del Rocco (tutte come sempre ottime, non dico che scrive meglio di me perché non ci vuole molto e non sarebbe un complimento ;-) !): http://www.tellusfolio.it/index.php?cmd=v&id=13577 (più i links a fondo pagina web).

 

Ahi ahi ahi ahi, magica Morbegno…

Morbegno, luglio 2002. Fa caldo, dannatamente caldo. E il caldo mi rende insofferente. Ho le ascelle pezzate da quando mi alzo dal letto a quando, diciassette ore dopo circa, ritorno in quel letto. Il mio orto è pieno di insalata e sono quindici giorni che mangio insalata a pranzo e a cena. Ho finito da qualche giorno gli esami, per un paio di mesi niente libri, aule affollate, professori saccenti. Quest’anno niente vacanze all’estero, niente viaggi abbestia, niente bagni al mare. E mi rode il culo. Solo lunghi e noiosi pomeriggi a soddisfare le esigenze alcooliche del morbegnese medio. Sì, faccio il barista al Bar Bersaglio, il bar della mia famiglia. Faccio quel poco che mi permette di arrivare in un qualche modo a fine mese. E intanto vedo amici e conoscenti che partono per questo e quest’altro magnifico posto, chi per una semplice vacanza, chi per rimanere lontano dalla Valle il più possibile, con le loro valigie cariche di audacia e qualche vestito. Io il massimo che riesco a concedermi è un bagno di tanto in tanto al Bitto, il torrente di Morbegno popolato da topi, siringhe e tamarri locali palestrati, tatuati e fidanzati. La sera si va con qualche amico fidato in montagna a bere una birretta, ma una birretta non è mai abbastanza così le birrette fanno in fretta a diventare quattro, cinque, sei e così via, fino ad arrivare al mal di testa della mattina dopo. The summer is magic…per qualcun’altro di sicuro. Vedo da lontano il campanile della chiesa di Cosio, le 17.00 sono passate da qualche minuto. Alle 17.15 devo essere al bar, ho un puntello col Paolo (cantante n. 2 degli Unabomber, compagno di appartamento a Milano e mio vicino di casa a Morbegno). Odio arrivare in ritardo e sfreccio a manetta giù per delle stradine di montagna con la mia Vespa 125 Et3 Primavera classe 1982 a marce ingranate dalla prima alla quarta, direbbero i Lunapop. Che poi è chiaro che io non sia un figo come quel cretino dei Lunapop, ma almeno la mia Vespa è una 125, mentre la sua è una 50, e le montagne valtellinesi sono sicuramente meglio dei colli bolognesi…ma soprattutto io non ho rotto il cazzo a tutta Italia per un’estate intera con una canzone che è come un budino al tamarindo andato a male. Arrivo al XBar BersaglioX e il Paolo è lì a parlare con mia sorella. Quando i miei amici parlano con le mie due sorelle lo fanno esclusivamente per sputtanarmi. Interrompo la conversazione in modo arrogante e ce ne andiamo con la Punto del Paolo lasciando mia sorella ostaggio della locale xxxYouth Crewxxx (congrega di pensionati e fancazzisti vari tutti rigorosamente over-50 e tendenti all’alcoolismo molesto e reiterato – n.d.C.). Io e il Paolo (e non rompetemi il cazzo se davanti ai nomi di persona metto l’articolo, a me piace così, l’ho sempre fatto e lo farò sempre) passiamo a prendere altri reietti della Morbegno Hardcore Brotherhood & Zero Sisterhood .La crew ora è united, percorriamo proudly la via adiacente allo stadio Merizzi, la via Merizzi appunto, a Morbegno. La strada è stracolma di gente, non vedevo così tanti esemplari del genere umano ammassati in una via morbegnese da quando nel 92/93 o giù di lì arrivò qui il Karaoke di Fiorello. Di forze dell’ordine non ne vedevo così tante a Morbegno da quando un paio d’anni fa arrivarono a casa mia in cerca di resti di messe nere, caproni sgozzati e sangue di verginelle. In effetti l’evento è notevole: la Morbegnese sfida l’Inter, che si trova in ritiro a Bormio e che, vista la vicinanza geografica, ha deciso di affrontare in amichevole la locale squadra militante non ricordo più in che serie (comunque una di quelle con le squadrettine di provincia in cui giocano il falegname del paese, il macellaio della piazza e così via). L’evento in sè non si discute, mette d’accordo proprio tutti qui a Morbegno: nerazzurri, juventini, milanisti, sportivi, drogati, muratori, avvocati, global, no global, bambini, pensionati, fancazzisti da piazza, clienti del Bar Bersaglio (adesso basta con questa “pubblicitàneanchemicatantoocculta”! ;-) – ndC), clienti del Bar Charleston, clienti del Bar della Stazione. L’ingresso costa 10 euro: potete andare a fare in culo. Io, che sono sì fesso, ma sono anche Panc, l’ingresso mica lo pago! Così ci arrampichiamo sul tetto di un garage vicino alla curva dello stadio. La visuale è perfetta, l’originalità della soluzione un pò meno visto che su quel tetto di cinque metri quadrati ci sono già una ventina di persone che causano seri problemi a soletta e muri portanti del garage…franaaaa il tetto franaaaaa sulla polizia italiana, per parafrasare gli Erode… Alcuni si sono portati una sedia e si godono lo spettacolo comodamente seduti, altri sono a petto nudo e ne approffittano per prendere il sole. Mi sembra di essere a Napoli. Napoli, cazzo. Quando penso al calcio mi viene subito in mente Napoli con lo stadio S. Paolo stracolmo di gente festosa, lì per la presentazione di Maradona che palleggia a centrocampo con quella tutina attillata celeste che fa molto pigiama. Biglietto d’ingresso a mille lire e napoletani in delirio totale. Eccolo il calcio, che vi piaccia o no, take it or leave it. Sul tetto del garage ci sono alcuni tra i peggiori personaggi della Morbegno Violenta, habituès della curva morbegnese e delle varie bettole, che subito si evidenziano per ignoranza e scorrettezza politica: si prospetta un’abbuffata di demenza. Le due squadre fanno l’ingresso in campo davanti ai 2.500 paganti dello stadio Merizzi, che mai da quando è stato costruito ha contenuto così tanta gente. Lo speaker annuncia che sarà consegnato a Giacinto Facchetti un premio per non so cosa. Continua lo speaker: “…a consegnare il premio il vicesindaco Alba Rapella”. Un grido si alza spontaneo dai venti cani sciolti del tetto del garage: “Troooooiaaaaaaaa!!!!”. Sono bei momenti. E subito i cani sciolti iniziano ad insultare pure i giocatori nerazzurri. Io che sono sì interista, ma prima sono morbegnese e prima ancora sono pro-ignoranza non faccio lo schizzinoso e me la rido di gusto. Hector Cuper manda in campo una formazione da torneo parrocchiale: cinque primavera più Cordoba a presidiare la difesa, Morfeo dietro le punte, Guly a sinistra e Dalmat a destra, davanti Kallon e il neoacquisto Corradi che è davvero un bell’uomo al contrario di Sorondo, che si trova in panchina con Zanetti Saverio, Sergio Conceicao e il Chino Recoba. Per la Morbegnese l’allenatore Tavani manda in campo una formazione molto giovane con un’età media attorno ai 20-21 anni che dall’alto dei miei 22 mi fa sentire quasi vecchio. Ci sono alcuni miei amici, tra cui il Rome Fabio, terzino destro da combattimento a cui oggi tocca marcare Guly; lui (il Rome, mica Guly) suonò con me nel mio primo gruppo, i Castr-Azione (hardcore furioso e tremendamente sgraziato, se vogliamo anticipammo di un paio d’anni i Charles Bronson). Alcuni hanno fatto le elementari con me, altri li conosco di vista, un paio li vedo per la prima volta oggi. Io se fossi al posto loro mi esalterei di brutto a giocare contro gente che riempie le pagine dei quotidiani sportivi. Giocare contro i propri modelli di riferimento credo sia un gran piacere. E’ un po’ come disse l’Italo Cerri (noto epic-metaller di Morbegno e personaggio dalla demenza incredibile, reso famoso da una leggendaria apparizione alla Ruota della Fortuna con Mike Bongiorno che lo prendeva per il culo), che un giorno si presentò al mio bar coi suoi guantini di pelle con le dita tagliate e la maglietta degli Stratovarius senza maniche, e mi disse perentorio: “Io sono l’unico che ha un idolo e lo conosce di persona!”. L’idolo di cui parlava è il chitarrista dei Rhapsody… Ok, mi sto rendendo conto che grazie ai mille aneddoti che conosco (e che riporto con orgoglio) la narrazione si sta facendo pesante e soporifera, quindi passo alla partita. Morfeo tira, il portiere non trattiene, da dietro arriva lesto come un falco morto Guly che insacca: gooolllll! Dopo tre minuti già il primo gol nerazzurro. Dopo un quarto d’ora, Dalmat (che assomiglia all’Orso Yoghi) crossa in mezzo dove Kallon salta più in alto di tutti e segna il 2 a 0. Il primo tempo finisce così. Il Morbegno si dimostra una squadra ostica nonostante la netta inferiorità, direbbero a Tutto il Calcio Minuto per Minuto. Io al calcio non ho mai giocato. O meglio non ho mai giocato seriamente. A me comunque lo sport piace di più farlo che stare a guardarlo. Ho giocato una decina d’anni a basket, prima nella Pezzini Basket Morbegno, poi mi hanno ceduto alla meno gloriosa Pallacanestro Delebio, dove sono rimasto un paio d’anni prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo. Il basket è uno sport Hardcore, e non fate quelle facce stupite. E’ veloce come una canzone degli M.D.C., anzi è “nato per essere veloce” come dicevano i Crash Box, sottocanestro i contatti si fanno ruvidi come il cantato di Zazzo dei Negazione , il gioco è sempre corale, proprio come un ritornello dei Nabat o degli Youth Of Today, di quelli che canti con tanto di fingerpointing sotto il palco. E poi il basket con le sue rimonte che ti fanno restare come un fesso a guardare il tabellone, con quegli incredibili canestri all’ultimo secondo, con i playmakers di un metro e sessantacinque che mettono giù le bombe da tre in faccia a gente di due metri, è anche poesia, proprio come una canzone dei Kina. Il calcio lo vedo più Street-Punk, un pò più Oi! del basket. Forse perchè è lo sport per eccellenza del popolo, della workin’ class. E’ lo sport da vedere con una birra bella fresca in mano dopo il turno in fabbrica e con una bestemmia sempre pronta lì tra le corde vocali. E’ molto Business (il gruppo Oi! inglese intendo, quelli dell’inno “Hardcore hooligan”), ma sa essere pure un business gigantesco. Eppure la poesia dei Kina la si ritrova pure qua, nella palla di cuoio lanciata a gran velocità sulla fascia con l’ attaccante che si fa avanti a spallate tra difensori con le facce da cattivoni, stoppa la sfera, fa un gran tiro che va a finire alle spalle del portiere battuto che rimane accartocciato sull’erba bagnata a fissare incredulo quella cazzo di palla che ha gonfiato la rete, mentre l’attaccante fa esplodere di gioia lo stadio. Nelle partitelle tra amici ho sempre fatto il portiere, non perchè sia particolarmente bravo, ma perchè fuori dai pali ero e sono tuttora una sega incredibile. Allora faccio meno danni in porta, in fondo sono abbastanza agile, ho una buona elevazione, riflessi così così, ma una presa che non farebbe invidia nemmeno ad Alfredo (osceno portiere del Boavista grazie al quale l’Inter anni fa riuscì a passare un turno di Coppa Uefa). Tutti mi vogliono in squadra perchè nessuno vuole fare i turni per rimanere in porta e così quando ce n’è uno che vuol volontariamente fare il portiere, anche se poi è una sega, chiunque farebbe a botte per averti. Tutti hanno prima o poi un momento di gloria, il mio è stato ad Hyde Park, a Londra, in uno scuro pomeriggio di una domenica di luglio. E’ bellissimo giocare ad Hyde Park, con gente mai vista prima, che arriva da chissà quale paese lontano, ognuno con una propria concezione del giocare a calcio. Il parco è enorme e un sacco di gente sta lì a giocare a calcio in campi improvvisati dove a fare i pali ci sono mucchietti di vestiti. Se ne vedono di tutti i colori, sembra di stare al circo. Quel pomeriggio avevo ancora in corpo l’alcool, la droga e il rock ‘n’ roll della sera prima (sì, lo so, manca il sesso, al suo posto ci ho messo l’alcool, pretendevate un pò troppo adesso…) ed ero sveglio da non più di due ore. Io e gli altri ventuno personaggi (musi gialli, albanesi, negrazzi, drogati, barboni, reietti vari) componevamo un mosaico davvero variegato e socialmente inaccettabile. Feci i numeri quella volta, tra uscite spettacolari alla Higuita e voli plastici alla Walter Zenga (mio idolo di gioventù che ha un negozio di non ho ancora ben capito cosa sotto il mio appartamento a Milano). In fondo mi basta poco per esaltarmi: una canzone dei Paolino Paperino Band o un tuffo con atterraggio violento sull’erba col pallone bello stretto tra le mani, per poi rialzarmi fieramente tra le urla di incitamento dei miei compagni e rilanciare la palla a centrocampo. Vincemmo e a fine partita tutti mi fecero i complimenti, mi guardarono anche con fare sospetto perchè credevano di aver giocato con un non meglio precisato portiere professionista. Invece no, dopo quella volta tornai la stessa sega di prima, quello che non riesce mai a trattenere la palla e a fare giusta un’uscita. Un negrazzo si avvicinò e mi disse qualcosa tipo: “you are the goal-keeper of the year in Hyde Park!”. Lo racconterò fra cinquant’anni ai miei nipotini davanti ad un camino acceso, sorseggiando un buon cognac invecchiato quindici anni. Ora ho smesso pure di fare il portiere, mi sono dato alla fatica: sfidare sè stessi è la sfida più difficile. Mi piace correre in montagna, da solo oppure con la compagnia del mio cane Teo, su sentieri in piedi che ti fanno sputare fuori l’anima, in mezzo ai boschi, attraversando piccoli torrenti con i rami degli alberi che filtrano timidi raggi di sole, col sudore che ti scende sugli occhi e il tuo respiro che rompe il silenzio della natura. Una cosa simile è fuckin’ Hardcore in your face, ma anche Black Metal, Powerviolence e un pò di cavalcate Epic Metal di quelle con le chitarre puntate in aria e i vestiti di pelle nera. E poi vado in snowboard , ma è uno sport troppo trendy per essere trattato su una fanzine come questa…dirò solo che non ho mai fatto nulla di più rock’n’roll che sfrecciare veloce sulla neve fresca fuori pista, su pendii mozzafiato dove ancora non è passato nessuno, dove attorno a te sembra tutto perfetto. Che gioia fare mille metri di dislivello col fiatone e le gambe che fanno male galleggiando su neve bianchissima che sembra un mare di latte, con quella polverina fine e gelida che ti arriva in faccia ogni volta che fai una curva. Motherfucker, pure fuckin’ rock’n’roll, baby! Le due squadre rientrano in campo, i cani sciolti del tetto del garage nell’intervallo sono aumentati: si sono aggiunti un cinquantenne rachitico con baffo alla Lemmy più un bambino che credo sia suo figlio, due ragazzi sui 25-26 anni la cui particolare parlata mi fa intuire essere originari di Traona (capitale socio-politica-economica della costiera dei cech). Quindi oltre alla quantità è cresciuta pure la qualità. Guly insacca dopo alcuni minuti del secondo tempo, a dirlo così sembrerebbe che io stia parlando di un fenomeno, ma vi assicuro che quest’ uomo è scarso come la merda. Al suo confronto il boss di “Nessuno Schema” (che fra l’altro ultimamente sfoggia un fisico asciutto alla Marco Tardelli –bah, quello del Tardelli allenatore dell’Inter quando il Milan gli rifilava sei pere in un derby, probabilmente; non certo quello del Tardelli eroe del Mundial ’82 che si scopava Moana Pozzi! – n.d.C.) sembra un top-player! Quindi i cani sciolti iniziano a insultare il Guly, ex rossonero tra l’altro e io rido di gusto pensando al Timpani (fanzinaro molisano tifosissimo del Milan – n.d.C.) e ai quei fessi del Milan Club Bassa Valtellina, club che ha sede proprio al Bar Bersaglio, managgialamadonna. I due di Traona si dimostrano dei perfetti imbecilli, non stanno zitti un attimo e fanno battute stronze a cui solo loro due ridono. Il cinquantenne con baffo alla Lemmy si conferma invece un gran personaggio, passa tutto il tempo ad imitare Teocoli quando fa l’imitazione di Cesare Maldini; così senza un motivo preciso inizia a gridare divertito: “vai vai Paolino!”. Punizione dal limite dell’area per la Morbegnese: bel tiro che va di poco sopra la traversa, lo stadio trema, sulle gradinate scoppia l’inferno (ancora gli Erode). Arriva il 4 a 0 di Cordoba, che è alto 1 e 60, ma ha una faccia da, citando la Banda Bassotti, avanzo de cantiere o de galera, vedete voi. Esce Corradi ed entra il primavera di colore Martins, il quale delizia il pubblico con delle giocate di puro calcio-samba: è un fenomeno e sono sicuro che quando l’Inter vincerà il 14° scudetto sarà gran parte merito suo (mah, alla fine il 14° arriverà per dirla alla Mourinho “in segreteria”, mentre per quello vero del 2007 il buon Oba Oba, che negli anni precedenti fenomeno non si era dimostrato, era già stato sbolognato oltremanica al Newcastle… – n.d.C.). Pure Morfeo è scarso e pure arrogante: quando un cane sciolto gli grida: “Morfeo sei un viola di merda!”, lui guarda verso di noi e ci insulta; rispondiamo con una serie di bestemmie e di apprezzamenti non proprio galanti verso colei che l’ha messo al mondo. Ok, il mio attaccamento verso i colori nerazzurri lascia un pò a desiderare, eppure io ero in piazza a festeggiare nel 1989, quando avevo da poco compiuto nove anni e la mia squadra del cuore aveva vinto il 13° scudetto. Ma ero in piazza pure qualche mese fa, con i tifosi del Feyenoord in piazza Duomo, a bere birra e far casino, prima che la loro squadra vincesse con l’Inter. Ed ero in piazza Duomo a Milano anche durante i tafferugli tra interisti e juventini che seguirono alla tragica disfatta nerazzurra del 5 maggio a Roma contro la Lazio, disfatta grazie alla quale la Juve vinse all’ ultima giornata un campionato assurdo. Insomma, avrete capito che dove stanno gli imbecilli io sono lì in mezzo, citando i miei soci Gradinata Nord “la mia vita ultrà è questa, birra, calcio e poco più”. O come dicono i Klasse Kriminale “forse abbiamo mangiato troppe arance meccaniche”. Kallon segna il cinque a zero, dal tetto del garage arriva qualche insulto a sfonda razzista da parte di un vecchio alcolizzato. Qualcuno gli intima lo stop, così si torna ai classici “figlio di troia”, “vai a lavorare”, ”tua madre bruca l’erba”. Sempre Kallon, stavolta su rigore, firma il sesto gol in Zona Cesarini. L’arbitro fischia la fine e la gente se ne va festosa nelle proprie case. Scendo dal tetto, soletta e muri portanti hanno miracolosamente retto all’ondata hooliganistica. Non mi resta che andare a casa canticchiando “Ahi ahi ahiahi magica Morbegno, è triste il mio cuore lontano da te e pensa soltanto alla figa…”.